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Criteri per la diagnosi nelle artropatie
disfunzionali temporo mandibolari |
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ARGOMENTO |
Il
concetto di diagnosi nella semeiotica del dolore in corso di artropatia
disfunzionale delle articolazioni temporo mandibolari va sottoposto a una
premessa interpretativa onde evitare fraintendimenti con possibili
ripercussioni medico legali. L'approccio clinico nelle artropatie
disfunzionali dell'articolazione temporo mandibolari si basa spesso su un
errore metodologico che riguarda la 'diagnosi'. Ciò dipende a nostro
avviso dal diffuso pregiudizio che tale patologia sia assimilabile a
malattie di tipo infettivo infiammatorio,caratterizzata cioè da eziologia
nota e reversibilità delle lesioni. Invece la cosiddetta patologia
disfunzionale dell'artricolazione temporo mandibolare dovrebbe essere
inquadrata più correttamente come patologia cronico degenerativa (di tipo
artrosico) fin dal suo esordio.(Stokes, Stegenga) (biblio dolore 60,
61) Il criterio diagnostico per tale patologia non dovrebbe discostarsi
metodologicamente dalle problematiche tipiche di altre discipline mediche
e perciò basarsi quale gold standard sull'indagine anatomno
istologica. Invece nella diagnostica gnatologica siamo soliti accettare
standards diagnostici assai più modesti ( fino a quelli per i quali non è
possibile parlare di diagnosi ma di ipotesi diagnostica 'tentative
diagnosis') I livelli gerarchici della diagnosi possono essere
identificati nei seguenti: -patologica (ideale e di
riferimento) -morfo funzionale -clinica Se concordiamo sul fatto
che la diagnosi debba basarsi su solidi riscontri obiettivi quali quelli
anatomici allora dovremmo concludere che solo la artroscopia può essere
considerata la metodica ' di elezione che ci consente la diagnosi della
natura della patologia. Ciò non significa che tutti i casi debbano
essere sottoposti a chirurgia escissionale o biopsia mediante artroscopia
ma implica che una diagnosi di certezza è impraticabile nella pratica
clinica routinarie. Perciò quale è il livello diagnostico che può
essere considerato un compromesso accettabile? Attualmente si ritiene
che tale livello sia rappresentato dalle metodiche morfofunzionali. Con
tali metodiche noi cerchiamo di definire e interpretare i quadri
patofunzionali della patologia usando le bioimmagini con le tecniche più
adeguate attualmente disponibili. Il tipo di forma e funzione esistenti
(alterazione di forma e funzione) possono essere in genere bene
documentate nelle diverse componenti articolari utilizzando la Tomografia
Computerizzata e la Risonanza Nucleare Magnetica. Possiamo inoltre
graduare i processi metabolici nell'articolazione (turn over calcio
fosforico) che possono essere correlati con la progressione della
patologia e le sue riaccensioni di attività (in corso di artriti e tumori)
mediante tomoscxintigrafia (Single Photon Emission Computerized Tomography
con Tecnezio 99). Una prospettiva interessante di sensibilità e
specificità diagnostica allo scopo di vicariare il riscontro anatomo
patologico è rappresentata dal reperto di 'effusione' acquisito in T2
nella Risonanza Magnetica che viene interpretato come patognomonico di
infiammazione articolare con versamento sinoviale (elevata
radiotrasparenza). In conclusione attualmente la maggior parte della
nostra strumentazione basata sull'imaging articolare ci consente di
identificare quadri patofunzionali convenzionali come la dislocazione
discale e formulare ipotesi sulla progressione della patologia
(artriti). L'impiego invece della strumentazione diagnostica
gnatologica tradizionale caratterizzata dall'uso di pantografi e
articolatori individuali e l'indagine elettromiograsfica ed
elettrognatografica non appare giustificato alla luce delle risoluzioni
delle commissioni ad hoc istituite dalla American Academy of Oroifacial
Pain e International Association for Drntal Research (Neuroscience
Group). Nella nostra esperienza clinica tuttavia l'elettromiografia ,
la fonoartrometria (vedi analisi computerizzata dei rumori articolari) e
una metodica semplice specifici propositi quale il tracciato
artrocinematico intraorale possono fornire indicazioni precise sulle
performances artromuscolari e l'asimmetria funzionale assai utile per
propositi documentativi medico legali. Sebbene dobbiamo concordare
sulla ragionevole affidabilità dell'iindagine morfofunzionale in mancanza
di metodiche diagnostiche di certezza per ottenere un responso diagnostico
'di base' molti si limitano all'approccio clinico che comporta un responso
di tipo ipotetico (diagnosi 'tentativa'). Ciò necessariamenteb conduce a
formulazione di referti quali artropatia o artromiopatia di scarsa o
nessuna valenza diagnostica obiettiva. Occorre tuttavia valutare
razionalmente quale è la necessità reale di una diagnosi di certezza nella
pratica routinaria dei dolori artromuscolari. Il piano di cura
non viene infatti sostanzialmente influenzato, nella stragrande
maggioranza dei casi, dalla accuratezza del metodo diagnostico. Poiché
la prognosi di tale patologia a carattere cronico degenerativo è
essenzialmente sempre favorevole quoad vitam e quoad valetudinem se il
trattamento viene instaurato in modo appropriato, possiamo considerare
superflui se non dannosi esami diagnostici complessi e invasivi nella
prospettiva di un razionale bilancio di costi e benefici biologici e
finanziari. Tuttavia ciò vale nella maggior parte dei casi ma non nella
totalità. La regola della esclusione da tale protocollo di tutti i casi
con sintomatologia atipica che possano anche minimamente fare sospettare
patologie differenti dalla artropatia disfunzionale deve essere assoluta
. In ogni caso nessun paziente dovrebbe essere dimesso con diagnosi
clinica senza avere almeno esibito una ortopantomografia..
In
sintesi esistono tre livelli diagnostici che in ordine gerarchico
decrescente possono essere descritti come segue:
1) METODOLOGIA
DIAGNOSTICA PATOLOGICA · RISCONTRO DIAGNOSTICO AUTOPTICO ·
ARTROSCOPIA / BIOPSIA
CONCLUSIONI: LA METODOLOGIA DIAGNOSTICA
PATOLOGICA CONSENTE UNA DIAGNOSI DI CERTEZZA MA NON E' PROPONIBILE
ROUTINARIAMENTE
2) METODOLOGIA DIAGNOSTICA MORFO/BIOFUNZIONALE ·
BIOIMMAGINI DELL'ATM (Tomografia Computerizzata/Risonanza Nucleare
Magnetica NMR/Tomoscintigrafia SPECT etc.) · ARTROCINEMATICA ATM
(TRACCIATO INTRAORALE)
CONCLUSIONI LA METODOLOGIA DIAGNOSTICA
(MORFO/BIOFUNZIONALE) IDENTIFICA MODELLI DIAGNOSTICI CONVENZIONALi (PER
ESEMPIO LA DISLOCAZIONE DISCALE CON O SENZA RIDUZIONE) CONSENTE DI
FORMULARE IPOTESI DI ATTIVITA'/ EVOLUTIVITA' DELLA PATOLOGIA
3)
METODOLOGIA DIAGNOSTICA CLINICA · ANAMNESI · ESAME FISICO · ESAME
STRUMENTALE (DOCUMENTATIVO)
CONCLUSIONI LA METODOLOGIA
DIAGNOSTICA CLINICA CONSENTE DI FORMULARE UNA 'IPOTESI
DIAGNOSTICA': DEL TIPO "ARTROPATIA / MIOARTROPATIA
DISFUNZIONALE"
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LINK
5) aaop.org
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L’odontoiatra e il
sintomo dolore: aspetti deontologici e
tecnico-professionali. |
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Nonostante la
crescente valorizzazione degli aspetti preventivi della medicina moderna
il sintomo dolore rappresenta ancora il motivo principale di richiesta di
visita per l’odontostomatologo (Strohmenger, Vogel, Carrassi, 1981).
(biblio dolore 62) L’odontoiatra non soltanto è quotidianamente esposto
alla gestione clinica del sintomo dolore, ma per le caratteristiche
proprie della sua operatività, è egli stesso artefice di condizioni
sperimentali di provocazione del dolore nell’ambito orofacciale. Il
dolore dentale sperimentale è inoltre considerato un modello ideale per lo
studio della pura nocicezione e viene utilizzato ampiamente in discipline
che si propongono lo studio fisiologico e farmacologico del dolore
(Ciancaglini, Santini, Vogel, 1981; Matthews, Baxter, Watts, 1976; Sharav,
McGrath, Dubner, Brown, 1982; Mumford, Bowsher, 1976) (figg. 1,2,3,4,5,6).
(biblio dolore 63, 10, 14, 64). Il dolore dentale, il dolore
trigeminale e più in generale la cefalea possono assumere connotazioni di
intensità e di coinvolgimento emotivo e istintivo anche maggiori di
patologie algiche di altri distretti, in rapporto al peculiare significato
che ogni soggetto attribuisce alla faccia, concentrato dell’esperienza
conoscitiva che l’individuo ha di se stesso. A dispetto del ruolo
fondamentale che il sintomo dolore occupa nell’attività odontoiatrica
difficilmente l’odontoiatra dimostra familiarità per una diagnostica
differenziale del dolore orofacciale che prescinda dalle prove
semeiologiche elementari per la patologia dento-parodontale. La prevalenza
dominante di tali malattie e delle loro sequele solleva abitualmente
l’odontoiatra dalla responsabilità di diagnosi differenziali più
complesse, ma lo pone al tempo stesso in modo angoscioso di fronte al
dilemma del dolore ogni qualvolta il sintomo si presenti con qualche
difficoltà interpretativa. La conseguenza di ciò é che un gran numero
di casi con dolore cronico orofacciale a eziopatogenesi dentoparodontale,
ma con modalità atipiche di espressione, si rivolgono a specialisti non
odontoiatri come neurologi, algologi, anestesisti per un trattamento che
spesso non può che essere sintomatico quando non si giunge ad attribuire
al dolore una origine neuropsichica o “essenziale” per concludere
frettolosamente il penoso iter avviato da una diagnosi mancata. Non
meno colpevole é il dentista che, sottovalutando l’importanza di una
corretta diagnosi di un dolore orofacciale, intervenga radicalmente su uno
o più elementi dentali sede di proiezione di un dolore di diversa
origine. All’imbarazzo per non aver fornito una soluzione terapeutica
adeguata rischia di aggiungersi in questi casi una desolante vicenda
medico-legale quando una emiarcata resa edentula si aggiunge alla
persistenza del dolore.
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LINK
18) ada.org ada.org
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Patogenesi del
dolore |
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Generalità.
Il dolore viene generalmente
ritenuto espressione di un danno tissutale. Ciò è vero soltanto in parte,
in quanto per lo più le neoplasie e in odontoiatria carie e malattia
parodontale provocano dolore soltanto in fase terminale o comunque molto
avanzata.
E stato allora sostenuto che il dolore
esprime la rapidità con cui il danno va instaurandosi piuttosto che la sua
effettiva gravità. Qualunque sia il significato biologico che
può essere attribuito al sintomo dolore, l’interesse degli Autori si è
focalizzato sul problema delle modalità con cui uno stimolo può
generarlo.
Nel tentativo di spiegare un
meccanismo patogenetico che rimane ancora per molti aspetti oscuro,
sono state proposte diverse teorie. Nessuna di queste
ipotesi patogenetiche è scevra da critiche nè chiarisce da sola in tutti i
suoi aspetti un fenomeno neurofisiologico tra i più complessi,in cui
fattori individuali (psicologici) oltre che ambientali(natura ed intensità
dello stimolo) entrano in gioco.
Secondo la “teoria
dell’intensità”, il dolore si manifesta quando una fibra nervosa viene
stimolata oltre un certo limite (soglia del dolore). Secondo questa
veduta, il dolore non rappresenta una sensazione specifica, ma dipende
soltanto da una stimolazione di intensità sufficiente.
Questa interpretazione oltremodo semplificata del
fenomeno dolore non tiene conto del fatto, ormai accertato, che alcuni
stimoli, come quelli termici, oltre un dato valore di intensità comportano
la messa in funzione di dispositivi recettoriali diversi da quelli
funzionanti per valori inferiori.
Nella
nevralgia essenziale del trigemino, inoltre, stimoli tattili di intensità
assai modesta possono provocare dolori tenebranti che non trovano
spiegazione alla luce della teoria sopracitata. Purtuttavia, l’intensità della
stimolazione rappresenta certamente un elemento importante nella genesi
del sintomo dolore.
In accordo con la “teoria della
specificità”, il dolore rappresenta una modalità sensoriale
specifica. Come esistono strutture specializzate per la ricezione
di stimoli tattili o termici (corpuscoli di Meissner, Krause, Ruffini) o
addirittura cellule specializzate per la trasduzione di stimoli peculiari
(fotorecettori, ecc.), così alcune terminazioni libere sono deputate alla
ricezione degli stimoli algogeni (nocicettori), che viaggiano lungo vie di
conduzione specializzate per giungere a livello del SNC in un centro
specifico di integrazione.
Le fibre
nervose A delta e C sono deputate alla trasmissione degli impulsi algogeni
(Bishop, 1946) (biblio dolore 65). È stato dimostrato sperimentalmente che
le fibre C trasportano stimoli dolorosi, ma alcune di esse trasmettono
pure stimoli tattili non algogeni, quindi esse non sono specifiche per il
dolore . Una serie di rilievi clinici e
sperimentali si oppone inoltre alla esistenza di una “linea diretta” per
il dolore (Melzack, Wall, 1968; Melzack, Wall, 1965) (biblio dolore 66,
67).
Melzack e Wall hanno riunito le teorie più
recenti sulla fisiologia del dolore sotto il termine di “teoria dei
modelli”. Goldscheider (1884-1894) fu il primo a interpretare il
dolore come effetto di una sommazione di impulsi nervosi periferici
registrati secondo un peculiare modello. L’ipotesi di
Goldscheider venne in seguito ripresa da Weddel(1955) e da altri Autori.
La “teoria dei modelli” pone l’esistenza di un “modellodi scarica”
spazio-temporale, come condizione essenziale per la genesi del
dolore. Tale teoria nega l’esistenza di recettori
e di vie di conduzione specifici, mentre gli studi di Melzack e Wall
suggeriscono l’esistenza di un elevato grado di specializzazione
dell’unità recettore-fibra. Più di
recente ha riscosso un largo consenso la “teoria del controllo in
entrata” “gate control”, formulata per la prima volta da Melzack e
Wall nel 1965 e sottoposta in seguito revisione da parte degli stessi e di
altri Autori (Kerr, 1975) (biblio dolore 68). Secondo Melzack e Wall, un dispositivo
a barriera regola l’ingresso dello stimolo dalla periferia (cute) nel
midollo spinale. Gli
elementi costitutivi di tal meccanismo sono tre: 1) La
sostanza gelatinosa dei cordoni posteriori del midollo spinale (lamina IL
e III che agisce come un cancello regolando l’entrata di treni d impulsi
prima che questi giungano alle cellule T. 2) Gli impulsi
ascendenti che proiettano lungo i cordni posteriori direttamente
all’encefalo. Essi agiscono sui centri soprassiali evocando una risposta
modulatoria del dispositivo di controllo in entrata mediante fibre
discendenti. 3) Le cellule T che convogliano gli impulsi
verso i centri superiori ed esercitano una azione facilitatoria o
inibitoria nei riguardi del dispositivo effettore (muscolatura
striata). I fattori che regolano la trasmissione del
dolore attraverso il dispositivo di controllo in entrata sono quindi
due: a) gli impulsi modulatori
discendenti b) gli stimoli afferenti dalla
periferia La sostanza gelatinosa di Rolando riceve
afferenze sia dalle fibre centripete di largo diametro (ad alta velocità
di conduzione), sia da quelle di piccolo diametro (a bassa velocità di
conduzione) attraverso collaterali che realizzano circuiti
riverberanti. Nel
dispositivo a barriera postulato da Melzack e Wall, la sostanza gelatinosa
di Rolando inibisce, mediante controllo prevalentemente di tipo
presinaptico, la trasmissione degli impulsi provenienti da fibre ad alta e
bassa velocità di conduzione alle cellule T, deputate alla trasmissione
centrale dello stimolo e alle risposte effettnci.
Tali afferenze hanno significato facilitatorio, se
provengono dalle fibre di maggior diametro, e inibitorio, se provengono
dalle fibre di piccolo diametro, sull’azione inibitrice svolta dalla
sostanza gelatinosa stessa. La barriera
presinaptica controllata dalla sostanza gelatinosa di Rolando soggiace
inoltre alle afferenze eccitatorie o inibitorie discendenti dai centri
soprastanti (corteccia, talamo, vie cortico-spinali e cortico-reticolari)
(Bonica, 1977) (biblio dolore 69). In
questo modo, attività centrali quali la memoria, l’affettività,
l’attenzione eserciterebbero un controllo sull’ingresso degli stimoli
somoestesici grazie alla mediazione del dispositivo a
barriera. Per quanto suggestiva e in accordo con i rilievi
clinico terapeutici, questa teoria ha incontrato tenaci avversari e per
ammissione degli stessi Autori necessita di ulteriori
chiarimenti. Nessuna di queste teorie riesce da
sola a spiegare del tutto il fenomeno dolore; ciascuna però contribuisce a
elucidarne alcuni aspetti. La maggior parte degli Autori è
infatti concorde nel ritenere che l’intensità della stimolazione
costituisce un fattore importante, che un elevato grado di specificità è
posseduto da alcune unità recettore-fibra, che un peculiare modello di
impulsi è pure importante così come lo è la modulazione periferica
sottoposta al controllo centrale che si esplica a livello del dispositivo
a barriera.
Il modello patogenetico del dolore
trigeminale La sensibilità orofacciale
appartiene al complesso sistema sensitivo del trigemino, in quanto le
fibre nervose che convogliano la sensibilità da questo distretto
confluiscono per la maggioranza in due dei tre principali tronchi di
questo nervo (branca mascellare e mandibolare). Gran parte delle
fibre afferenti che non terminano nel nucleo principale (sede della
sensibilità tattile epicritica) tra cui in particolare le A delta e le C,
dopo essere entrate nel ponte si portano in basso e terminano nel nucleo
del V, che, a sua volta, si suddivide in tre sottonuclei: il
rostrale,l’interpolare e il caudale. Il sottonucleo
caudale è il probabile primario centro di “relais” della nocicezione
facciale. Esso rappresenta la sede del controllo in entrata degli stimoli
algogeni in accordo con la teoria del “gate control” o la sede di
valutazione dell’entità dello stimolo (fenomeno della soglia). In
base a studi filogenetici ed embriologici il sottonucleo caudale
rappresenta l’omologo delle corna posteriori del midollo spinale, sede dei
nocicettori centrali specifici. Indagini relativamente
recenti hanno messo in evidenza l’esistenza di nocicettori specifici nella
zona marginale della sostanza gelatinosa, nella porzione magnocellulare e
nelle porzioni adiacenti della sostanza reticolare (Kitahata e Mc
Allister, 1973; Nord e Ross, 1973) (biblio dolore 70,
71). Tali neuroni sono attivati da impulsi mediati dalle fibre e
C; inoltre le cellule marginali sono probabilmente omologhe dei
nocicettori della lamina I (Burgess, 1974) (biblio dolore 72) del midollo
spinale, mentre le cellule magnocellulari corrispondono ai nocicettori
delle lamine IV e V. La teoria del controllo in
entrata sembrerebbe dunque proponibile anche a livello trigeminale se si
interpreta l’attivazione dei nocicettori, specie il gruppo magnocellulare,
come dipendente dall’influenza competitiva tra fibre di grosso e piccolo
calibro mediata dalle cellule della zona marginale o dagli intemeuroni
della sostanza gelatinosa. Le cellule nocicettrici della sostanza
gelatinosa sono quindi le cellule che trasmettono il dolore o cellule
T. L’attività dei nocicettori del sottonucleo caudale è
pur influenzata da un altro gruppo di fibre che ivi giungono dalla
corteccia attraverso la via piramidale. Si realizza in questo
modo un circuito che va dal trigemino attraverso il talamo fino alla
corteccia sensitiva e rientra quindi al sottonucleo trigeminale sede del
dispositivo barriera. L’esistenza di un simile circuito
giustifica l’influenza che fattori legati alla cultura alla personalità
hanno sulla soglia nocicettiva a livello del controllo in entrata del
sottonucleo trigeminale (elevazione della soglia del
dolore). Anche altri centri come il mesencefalico e la corteccia
limbica, di cui è nota l’importanza nella sfera emotivo-istintiva,
influenzano tale sottonucleo.
Patogenesi del dolore
artromuscolare L'ipotesi patogenetica
formulata originariamente ovvero l’ipotesi meccanicistica (Annandale,
1887) ) (biblio dolore 73) rimane la più coerente con l’interpretazione
artrogenica delle artropatie temporo mandibolari. L’articolazione
temporo mandibolare è provvista di un dispositivo recettoriale nocicettivo
plessiforme costituito da fibre amieliniche distribuite
tridimensionalmente nel connettivo fibroso della capsula
articolare. La cartilagine articolare,la sinovia e la
porzione centrale del disco non sono innervate. In accordo
con la classificazione di Wyke questi recettori appartengono al IV tipo
della sistematica proposta per l’innervazione articolare. Stimoli
meccanici di elevata intensità o cronici sia intra che pericapsulari
(dislocazione, sublussazione recidivante) o stimoli chimici (ioni K, acido
lattico, bradichinina) in rapporto alla flogosi che si instaura in corso
di artropatia disfunzionale, rappresentano condizioni potenzialmente
capaci di produrre dolore (Rocabado, 1983) (biblio dolore 29,
74). Costen (1934) fu il primo a teorizzare sulle
possibili basi fisiopatologiche del dolore in corso di alterazioni
intracapsulari dell’articolazione temporo-mandibolare attribuendolo alla
compressione della ‘corda timpani’ da parte del condilo
mandibolare. Ben presto però questa tesi fu abbandonata non
sussistendo fondamenti anatomici validi per sostenerla. L’ipotesi
meccanicistica dell’origine del dolore comunque rimase in
auge. Zimmermann (1951) (biblio dolore 75) postulò che
il condilo dislocato fosse responsabile del dolore attraverso la
compressione di fibre del nervo auricolo-temporale site nelle strutture
capsulari.In seguito Sicher (1955) (biblio dolore 76) negò l’ipotesi di
Costen sulla base di evidenze anatomiche sostenendo invece che il dolore
poteva dipendere dalla compressione del tessuto
pericapsulare. Ramfjord, Ash (1966) e Weinberg (1979)
(biblio dolore 77, 78) proposero che l’origine della sintomatologia
dolorosa fosse da attribuire alla stimolazione di fibre nervose site nel
menisco in conseguenza del pinzamento di quest’ultimo tra le superfici
articolari. La tesi meccanicistica dell’insorgenza del dolore va
comunque riferita a quelle situazioni patologiche in cui esiste una
alterazione organica dell’articolazione temporo-mandibolare tanto di tipo
posizionale (dislocativo condilo discale), quanto di tipo strutturale
(artropatia degenerativa) Schwartz (1955, 1956, 1958) (biblio dolore 79,
80, 81) per pnmo introdusse l’ipotesi neuromuscolare per l’insorgenza del
dolore nei casi con sindrome miofasciale. Numerosi
muscoli sarebbero coinvolti in questo meccanismo (massetere, temporale,
pterigoidei, sternocleidomastoideo, trapezio, ecc.) sia direttamente che
indirettamente(dolore riferito). Secondo alcuni Autori il dolore
originerebbe da una condizione di iperattività dei muscoli e in
particolare degli pterigoidei esterni (Franks,1965; Scott e Gregg,
1980,Vecchiet, Marini, Feroldi,1983) (biblio dolore 82, 83,
40). Lo stato di iperattività che si
svilupperebbe in queste strutture in rapporto ad influenze centrali
(bruxismo)o in via riflessa, provocherebbe una riduzione del flusso
ematico locale con modificazione degli scambi ionici intracellulari
(Moeller, Collin-Rasmussen, Bonde-Petersen,1979). (biblio dolore
84) Questi meccanismi determinerebbero un accumulo di cataboliti
del metabolismo cellulare fra cui l’acido lattico e gli ioni K, i quali
sono in grado di stimolare i nocicettori (Laskin, 1969) (biblio dolore
85). Anche l’edema interstiziale, legato
all’aumento della pressione osmotica nel tessuto \muscolare può eccitare
le terminazioni nervose inducendo dolore a livello temporale, parietale e
occipitale. Altri Autori sostengorno l’ipotesi che l’eccessiva
contrazione muscolare determinerebbe lesioni cellulari di tipo ischemico
con conseguente rilascio nel liquido interstiziale di enzimi proteolitici
che agirebbero sulle globuline determinando la liberazione di alcuni
polipeptidi a forte azione vasodilatatrice e stimolante gli afferenti
nocicettivi. Yemm (1976) (biblio dolore 86)criticò la
patogenesi del dolore da iperattività sulla base di reperti clinici che
mettevano in luce come la dolorabilità fosse limitata ad alcune porzioni
muscolari non necessariamente allineate con le fibre
muscolari. Sulla base dei lavori di Awad (1973),
Simons(1975-1976) e Travell (1960) (biblio dolore 87, 5, 6, 88),Yemm
sostenne che in conseguenza di microtraumi all’interno dei muscoli e dei
tendini si creerebbero zone di infiammazione che da principio si fondano
su fenomeni edemigeni e successivamente, se la situazione iniziale si
mantiene, evolvono verso l’organizzazione cronica del processo
infiammatorio(miofibrosite). Questo fenomeno flogistico
starebbe alla base del sintomo dolore nelle “sindromi
miofasciali”(Ciancaglini, Sonni, Giancnistofaro, 1985) (biblio dolore
88).
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Terapia |
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Il trattamento dei dolori orofacciali dipende
dalla patologia che li ha generati. Perciò si rinvia per il trattamento di
elezione della patologia artromuscolare ai capitoli:
1 Rumore (terapia) 2 Difficoltà
apertura/chiusura (terapia) 3 Bruxismo (terapia)
Il trattamento
di emergenza del dolore prevede l'uso di farmaci - miorilassanti
(benzodiazetine) - antinfiammatori non stereoidei (fans) -
antidepressivi (amitriptilina)
Il dosaggio e le modalità di
somministrazione si rinvia agli specifici protocolli di pertinenza
specialistica. |
5) aaop.org
16) destinationrx.com destinationrx.com destinationRx.com |
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